Un disegno di luce divide la stanza in due parti uguali, un segno perfetto, filtrato da due ante di legno troppo stanche per incastrarsi ermeticamente tra di loro. Non indossa i soliti zoccoli, quelli che i suoi piedi conoscono così bene. Tanto severi, con il rumore secco di un metronomo che scandisce la lunghezza di impronte impeccabili, così comodi e accoglienti a vederglieli indossare con tanta disinvoltura. Queste invece sono pantofole di feltro color bottiglia, usurate e scucite ai bordi, che trascinano con fatica gambe appesantite e lente, come lumache assonnate tracciano un sentiero continuo e umido in un silenzio che si fa, minuto dopo minuto, sempre più morbido. Mi domando dove possa aver nascosto quelle ciabatte tutti questi anni. E’ pieno giorno e una coperta di lana scozzese gli copre le spalle, affatica la sua altezza e ne incurva il profilo. Non ricordo di averlo visto avvolto in una coperta prima d’ora. Il mio sguardo si sofferma sulle sue rughe leggere che si rincorrono concentriche sotto l'occhio sinistro come se qualcuno lanciando un piccolo sasso avesse centrato il suo iride così blu. L'ostacolo è il naso che con la sua importanza non permette alle pieghe del tempo di propagarsi ulteriormente. La punta è timidamente arrossata, forse affaticata dalla sessione mattutina di ginnastiche orientali o, più probabilmente, data la convergenza di elementi inconsueti, potrebbe essere rimasta intrappolata in un’influenza passeggera. Rubo uno sguardo a Viola. La sua coperta, nonostante il tessuto sia molto più invernale, non la appesantisce per niente, sembra essere parte di lei, come le sue orecchie buffe che mi fanno spesso sorridere. Si accarezza le gambe e fa scivolare la penna velocemente su un quaderno infarcito di fogli. Mi piacerebbe sbirciare tra tutti quei sogni nascosti e confusi che si trovano lì davanti ma non è il mio spazio e nemmeno il mio tempo. Guardo la stanza abbracciata dal sole, piena del mio passato. Chissà quanti sono stati i pensieri che hanno giocato con me in tutti quegli anni. Penso al lampadario con la mongolfiera, ai miei animaletti di peluches, alla sedia zebrata, alla grande mano di mio padre che mi teneva stretta, ogni sera, perchè avessi un po' meno paura di lasciare la realtà della notte e andare a raccogliere i sogni nel buio di un lettino scricchiolante. Qualche anno fa la mongolfiera cangiante è stata sostituita da una asettica lampada di design e quella stanza, disinfettata da ogni ricordo, è stata trasformata in uno studio medico. La signora ha suonato il campanello, con i puntuali diciassette minuti di anticipo, che si contano nelle persone affette da delirio lucido. Non l’ho mai conosciuta di persona, probabilmente la incontrerò dopo la visita che le farà mio padre.E’ convinto che un percorso di analisi le farebbe bene e ha concordato un colloquio con me successivo alla visita. Tralasciando la scorrettezza deontologica, decido di raccogliere informazioni e di sbirciare attraverso la serratura, nel pieno rispetto di un metodo che si potrebbe definire osservativo- naturalistico. No, non può essere il vuoto di una chiave mancante a deformare quello che vedo. Come ha fatto mio padre a propormi un profilo così dettagliato sul soggetto e ad ometterne l’essenza? La signora, dopo aver appoggiato un borsone ingombrante sul lettino, si sbottona velocemente il giaccone e se ne disfa con fermezza abbandonandolo sulla sedia. E’ agitata, trema, sembra avere molta fretta, ma non riesce a preoccupare il suo tempo e a farsi visitare con la velocità che le starebbe meglio addosso. Stride la lentezza con cui comincia a sfilarsi la camicetta. Assisto imbarazzata al suo spogliarsi. Lento, come se una musica da night club dettasse i ritmi da rispettare. D’improvviso fruga nel borsone con insistenza, estrae un grosso fardello e se ne libera con ferocia facendolo rotolare tra le mani di mio padre. Sbatto le palpebre per mettere a fuoco l'impalpabile. Chiudo gli occhi per vedere ciò che vorrei solamente immaginare. Un miagolio acuto, o forse un gemito mi perfora il condotto uditivo. Le orecchie si fa molto più fatica a chiuderle. Che abbia un chiwawa nel borsone? Eppure la signora non mi era apparsa come il prototipo della borghese dal piumino lucido e piccolo cane topo da compagnia. Piccolo si, ma un piccolo d'uomo, un neonato, decisamente neonato. Mio padre prende il cartoccio tra le mani, con una avvolge il sedere e la schiena, con l'altra sostiene la testa, bastano due mani di adulto per accogliere un piccolo nel mondo. Mani agili, pronte, con una inconfondibile dimestichezza con quelle dimensioni. Guardo le mie, simulo incredula una culla stringendo la borsa in un abbraccio e mi sembra impossibile riprodurre anche solo un angolo di quella naturalezza. Mi stropiccio gli occhi con insistenza, continua a esserci qualcosa che non mi torna. Poso lo sguardo su Viola, sembra un po' preoccupata ma ricambia lo sguardo abbozzando con un sorriso i contorni della nostra complicità. E’ lei la sola, da fuori a vederne le sagome, a disegnare ipotetici profili, ed è lei la sola, da dentro a godersi gli intrecci da spettatrice incuriosita pur avendo studiato il copione del regista. Seguo col dito le curve della vecchia serratura di ottone mentre il vuoto di quel bambino mi pervade. Non ha interno, come un baritono smilzo e gracile a cui non vibrano più le corde vocali. La pelle del bambino straborda da quelle mani grandi, è un corpo senza corpo. La matericità delle lacrime calde della signora è invece esagerata, gocce di resina aggrappate ad una pianta di pesco. -Dottor Paolo, com'è possibile? Lo vede quello schifo?- -Ma no, signora- ribatte mio padre con voce addolcita e rarefatta- lo guardi, è suo figlio. Il suo tono non vuole essere consolatorio, non riesce a sentire tutta quella inconsistenza, non la vede, o forse per lui è semplicemente giusto così. -No, no, com'è possibile? - grida lei oltre la disperazione.-Come può essere che io abbia partorito un bambino molle? E’ vuoto, non esiste- Tento di recuperare le informazioni scientifiche sulla possibile etichetta da appioppare a quel povero neonato, ho sentito di parlare cromosomi deformi e di cromosomi in aggiunta, ma di cromosomi molli proprio nella mia memoria non riesco a trovare traccia. Mio padre sorride al piccolo inebetito dalla sua bellezza e lo stropiccia dolcemente come quando si stende un panno pulito al sole d'estate. La signora, sempre più sconvolta, si avvicina e allunga le braccia del suo bambino con disprezzo come se potesse, avendo un mattarello, stendere la pasta per la pizza e lasciarla lievitare nel forno. Mi chiedo se possa esistere un essere umano invertebrato, cosa possa esserci dentro una medusa, cerco di tenere sedato il mio incoscio macabro, ma non riesco a non domandarmi se facendone una sezione, affettandolo con cura, la materia sarebbe omogenea. E’ un corpo molle, un budino leggermente itterico, svuotato di ogni suo organo vitale, ma vivo e mutevole come pochi. Duttile come la sabbia bagnata, cremoso come un dentifricio alla salvia. Forse è l’anima. Forse è proprio di questo che si tratta. Il legno del pavimento richiama la mia presenza furtiva scricchiolando, ho paura di essere scoperta ma non riesco e non posso abbandonare lo spogliarello interrotto. La signora continua a piangere parole pesanti e spigolose, il suo corpo che si affloscia sul lettino mi appare sempre più molle e senza forma, una strana sfida alla forza di gravità che si sovrappone nella mia testa all’immagine dell’orologio surrealista della persistenza della memoria. Ma lei non lo sa. E guarda il figlio, inconsapevole. Ho gli occhi lucidi. Fuori sento scivolare lacrime leggere, alzo lo sguardo di qualche grado sperando che la penombra le nasconda e che il trucco scuro non ne sottolinei la consistenza accompagnandole sulle guance. Viola si stringe nella sua coperta, la penna ha finito le parole. Osservo in successione tutta la collezione di animaletti di gomma, sassi colorati e piccole cose della vita esposta sugli scaffali masticare in silenzio i pensieri caldi del mio segreto. Tra le lacrime sento affiorare un sorriso impercettibile che mescola la mia voragine interiore alla quiete della stanza. Sicuramente tra tutti loro ci saranno la mia sedia zebrata e anche un omino molle. E’il mio segreto, un’ ombra confusa di misteri impalpabili. Mi sento sottile, come se la terza dimensione fosse stata dimenticata, pesante, come se ci fosse qualcun altro dentro di me. E’ l’ora del te e come ogni mercoledì non c’è nulla di caldo da sorseggiare. Posso solo masticare, comodamente seduta, la mia ora di psicanalisi. Chissà che cosa mi dirà Viola di questo sogno inquieto.